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Addio cara geografia. Non sappiamo più leggere una mappa

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Pubblicato il 07/04/2018
Ultima modifica il 07/04/2018 alle ore 11:02

Nell’epoca dei satelliti e dei computer serve ancora a qualcosa la geografia? Voglio dire, a che serve studiarla, saper leggere una carta geografica e, magari, utilizzarla per orientarsi? La Terra ormai la vediamo dallo spazio e sappiamo senza dubbio che è sferica, ma forse ci colpirà riscontrare che, oltre 2 mila anni fa, i Sapiens lo sapevano già benissimo, pur senza poterla osservare, al massimo, che dall’alto di una montagna. 

 

Chi vedeva arrivare una nave da lontano sul mare individuava prima i pennoni e le vele e solo successivamente lo scafo: una prova che non aveva navigato su una superficie piatta. E la misuravano già con una certa precisione, come fece uno dei più grandi talenti dell’antichità, quell’Eratostene primo geografo e bibliotecario di Alessandria che nel III secolo a.C. aveva attribuito oltre 30 mila km alla circonferenza della Terra, sbagliando di poco. Rappresentare il mondo e misurarlo è sempre stato un esercizio sofisticato della mente, un tratto distintivo dei filosofi e solo in ultima analisi una necessità pratica dettata da guerre, sfruttamenti e conquiste. 

 

Ricchezza di significati  

Solo chi non riflette può pensare che un mappamondo sia di facile realizzazione, che un planisfero non abbia bisogno di calcoli e menti raffinate (anche per leggerlo…) o che una carta geografica sia solo una rappresentazione ridotta della superficie terrestre e non molto di più: quella ricchezza di significati e di conoscenze che rischiamo di perdere. Al punto che si è posta la questione, se continuare a insegnare la geografia e compilare atlanti. Tanto a che servono? Ci sono le fotografie aeree, quando non le immagini satellitari, c’è Google Map e c’è il Gps. 

 

Un tempo la Terra era ancora così grande da lasciare spazio all’avventura e al mistero: ogni uomo poteva tracciare la propria mappa mentale del paesaggio fisico, sfruttando i vuoti che l’inesplorato riusciva a preservare e facendo leva sulla curiosità e l’invenzione. Lo stesso Emilio Salgari non era mai stato in Malesia e il rigore, più che accettabile al tempo, delle sue ricostruzioni derivava tutto dai documenti cartografici ufficiali. La geografia è esercizio della mente, della fantasia e dello spirito. Le carte sono la sintesi di un sapere collettivo spesso custodito con gelosia, come nell’antica Cina, dove le rappresentazioni a stampa (le sole a essere divulgate) venivano tenute separate da quelle manoscritte, che rimanevano segrete al popolo. Per tutte queste ragioni una carta non è una pura rappresentazione ridotta della superficie terrestre, ma è anche altamente simbolica e la sua consultazione permette di sognare, riflettere e conoscere, oltre che di orientarsi. 

 

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Non ci si può rassegnare che tutto questo patrimonio di conoscenze, questa vera e propria palestra della mente, sia reso inutile dalla moderna tecnologia, per esempio dal Gps. Del resto, fino al 1994, anno della sua comparsa, per orientarsi sulla superficie della Terra non urbanizzata c’erano pochi sistemi: un carta geografica a una scala appropriata, una bussola e, nel passato più antico, la posizione degli astri nel cielo e i segni sul territorio. In città importa meno se ti sposti a Est o a Ovest, conta di più se vai a destra o a sinistra. Ma fuori dalle città conta. 

 

Un salvavita  

Il Gps è un vero successo tecnologico e permette addirittura di salvarsi la vita, per esempio se rimani sepolto sotto una valanga o se ti perdi nella navigazione in solitario, magari oltre il Capo di Buona Speranza. Ma, fatta salva la sicurezza, non condivido chi utilizza il Gps anche per sapere esattamente come raggiungere una festa. Come si faceva prima? Si usava una carta, per vedere la quale dovevi mettere gli occhiali, perché le mappe sono fitte di informazioni e rappresentano porzioni limitate di territorio, tanto che dovevi aprire comunque dei «lenzuoli», e infine dovevi saperla orientare (cioè allineare il Nord geografico con quello segnato in carta): una carta non orientata serve a poco. Ma in realtà una carta geografica non è solo una mappa, è molto di più, ed è esattamente quella ricchezza di significati e di conoscenze che è posta in pericolo dalla tecnologia. 

 

La domanda se è ancora indispensabile la geografia è mal posta, così come altre: nell’epoca delle tastiere serve ancora imparare a scrivere a mano? E, visto che ci sono miliardi di calcolatrici, è utile saper fare ancora di conto nel mondo moderno? La risposta è sempre sì, a meno di non voler abdicare al nostro ruolo naturale di Sapiens per fare un altro passo verso gli automi e gli androidi. La notte della geografia ci ricorda tutto questo. 

 

 

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